giovedì 20 luglio 2017

UNA TELA DELL'800: DALLA CONTRAFFAZIONE AL RESTAURO


di Achille Nobiloni

Che il mercato dell’arte sia un terreno scivoloso dove occorre avventurarsi con prudenza è precauzione nota a molti; che spesso tentare da soli di stare con gli occhi bene aperti non sia sufficiente ed è invece indispensabile avvalersi del contributo di professionisti seri ed esperti è cosa che talvolta si impara a proprie spese… ma è un’esperienza che aiuta a crescere e, indirettamente, a moralizzare un settore di per sé bello e affascinante.
Tanto per capire di cosa stiamo trattando voglio qui descrivere il viaggio, andata e ritorno, di un bel dipinto della seconda metà dell’800, avente per oggetto una suggestiva veduta della Campagna Romana, partito dal suo vero autore, un poco conosciuto Valdemar Irminger, arrivato a una fasulla attribuzione (qualcosa di più di una mera attribuzione: una vera e propria contraffazione!) al più famoso Enrico Coleman, e ora in procinto di tornare ad essere a tutti gli effetti riconosciuto opera del suo autore originale.


Il dipinto è un olio su tela di grandi dimensioni (cm 142x90) raffigurante un mandriano che guida un branco di cavalli nelle prime ore dell’alba sullo sfondo dei Colli Albani, con ben riconoscibili il Monte Cavo e un breve tratto di arcate di acquedotto, presumibilmente dell’acquedotto Claudio.
Mandriano e cavalli suggeriscono di primo acchito uno dei soggetti preferiti del grande Enrico Coleman (Roma 1846 – Roma 1911), il famoso capoccetta dei XXV della Campagna Romana, e infatti nell’angolo in basso a sinistra della tela campeggia in bella mostra la firma HE Coleman e la data Roma 1885. Come se non bastasse, sul retro del telaio un’etichetta antica, scritta con calligrafia d’epoca (vedasi la caratteristica stanghetta a forma di ricciolo delle lettere “d”), incollata e fissata con due grossi sigilli di ceralacca, su ognuno dei quali si distingue la scritta London, ci informa che il dipinto è appunto opera del pittore Enrico Coleman, presumibilmente esposto in una non meglio specificata Italian Exhibition In Arte Libertas, la società artistica presieduta da Giovanni Costa di cui Coleman faceva effettivamente parte prima della fondazione, nel 1904, del gruppo dei XXV, e successivamente addirittura alla the Italian Exhibition in London 1888!



Di fronte a una firma così ben esposta e a una certificazione così dettagliata e precisa, su carta d’epoca e con calligrafia d’epoca e tanto di bolli in ceralacca, chi potrebbe dubitare dell’autenticità dell’opera? Eppure un esperto, attento, preciso e pignolo come il mio fraterno amico Claudio Tosti della Galleria Theodora, Perito d’arte associato all’Unione Europea Esperti d’Arte, convinto assertore del fatto che le opere di una certa importanza necessitino tutte di una approfondita analisi, una specie di vera e propria relazione di autenticità, al quale sottopongo il dipinto per una sua verifica, inizia a farsi venire dei dubbi: da alcuni piccoli elementi pittorici forse non pienamente conformi allo stile del Coleman fino a quella firma molto evidente ma per certi versi forse poco convincente che decide di sottoporre quindi all’esame della lampada di Wood; e così quel che all’inizio sembrava essere più che altro uno scrupolo comincia a rivelarsi la scoperta di una vera e propria contraffazione: intorno alla firma iniziano a rivelarsi piccoli segni di sovrapposizione e intorno ad essa tracce di abrasione della pittura sottostante che sempre più lasciano supporre la sostituzione della firma dell’autore originale con quella, fasulla, di Enrico Coleman.
La conferma, anzi le conferme, di tale supposizione cominciano ad arrivare quando mi procuro documentazione d’epoca relativa alla Mostra Italiana a Londra del 1888, la prima interamente italiana tenutasi oltre confine dall’epoca dell’unificazione del Regno. Su di essa riesco a trovare dapprima un numero dell’Illustrazione Italiana a essa interamente dedicato ma, molto più interessante e probante, il volume edito a Londra ma in lingua italiana contenente la relazione ufficiale sull’Esposizione Italiana. Ebbene la relazione, com’è ovvio che sia, contiene anche il catalogo di tutte le opere esposte e fra queste figura sì una sezione degli artisti all’epoca aderenti alla società in Arte Libertas e fra questi, naturalmente, Enrico Coleman, ma fra le opere di Coleman esposte a Londra nel 1888 quella di cui stiamo parlando non c’era!!


A quel punto ci torna in mente l’etichetta sul retro del telaio che per l’ingenuità di chi l’ha redatta (in epoca recentissima, come vedremo fra poco) reca anche il titolo dell’opera: “A campagnol with a herd of horses”, vale a dire… un campagnolo con una mandria di cavalli.
Ci basta digitare il titolo in inglese su Google (come non averci pensato prima?!) e, sorpresa delle sorprese, ecco apparire l’opera in questione: un dipinto del pittore danese (nato a Copenhagen) Valdemar Heinrich Nicolaus Irminger (1850 – 1938), dipinto nel 1885, esposto nell’edizione 1886 delle Exhibition annuali di Charlottenborg, venduto in un’asta il 2 giugno 2014 al prezzo di 2.500 euro (al netto dei diritti d’asta), a fronte di una stima compresa fra 3.350 e 4.050 euro (prezzo e stime originali erano espresse in corone danesi).
La firma originale era un monogramma con le iniziali dell’autore: “V” e “I” seguite dalla data “85” e dalla scritta Rom (Roma) lasciata quasi intatta da chi ha invece modificato data e firma. Ulteriore conferma della contraffazione è l’etichetta fasulla che risulta infatti applicata sopra l’etichetta del corniciaio, recante a stampa la data 1960, ben visibile nella foto pubblicata sul sito della casa d’aste.


Che dire? Ha ben ragione Claudio Tosti quando dice che quello dell’arte è un mercato affascinante ma che richiede serietà e competenza e che per opere di un certo pregio è bene affidarsi al parere di un esperto.
La fine del quadro? Il suo “viaggio di ritorno” non può essere che quello “dalla contraffazione al restauro” con la cancellazione della finta firma HE Coleman e il ripristino di una sia pure moderna ma comunque veritiera scritta “V I 85 Rom” che renda merito al buon Valdemar Irminger e dignità al dipinto che, al di là delle sue disavventure, è davvero bello e capace di suscitare emozioni in chi lo guarda. Il suo valore effettivo? E chi può dirlo? In questo settore non sempre vale quel che vale ma vale quel che piace: poche settimane fa in un’asta un banale acquarello di Ettore Roesler Franz (neanche di quelli di Roma sparita ma due semplici cipressi lungo una strada) è partito da 500 euro ed è stato aggiudicato a oltre 7.000!













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