martedì 22 novembre 2011

La inaspettata modifica dello storico stemma tuscolano di Frascati

E la protesta dei cittadini consegnata al sindaco Di Tommaso

La modifica, decisa non so nè da chi nè come, quando e perchè, dello stemma comunale di Frascati ha destato molto malcontento di cui si sono fatte interpreti alcune associazioni culturali locali e perfino un neocostituito comitato cittadino a difesa del vecchio stemma storico tuscolano. Ecco di seguito il testo di una lettere che tutte queste organizzazioni inseme hanno fatto pervenire al sindaco Stefano Di Tommaso: "Ill.mo Sig. Sindaco di Frascati Dott. Stefano Di Tommaso. Oggetto: richiesta di ripristino degli elementi originali costituenti lo Stemma del Comune. A nome delle Associazionei Culturali, degli anziani e di molti cittadini di codesto Comune, chiediamo che l'attuale Stemma di Frascati, modificato recentemente, venga ripristinato nella sua originale creazione. A tal fine è necessario: 1 che venga ripristinato la scritta T V S C V L V M in alto allo scudo in sostituzione di S.P.Q.T., che va ricollocato sotto allo stemma; 2)che venga ricollocata la corona radiante in testa dello stemma, in sostituzione del brutto castello stilizzato, come è sempre stata. Tale richiesta viene dai sottoscritti documentata con un apposito studio allegato, dove emerge l'immagine dello Stemma nella sua forma primaria. Le facciamo rilevare che la Gazzetta Ufficiale n. 26 (supplemento) 1° feb. 2011, riporta il DPR del 28/01/2011 in cui nell'Art. 4, comma 1, è scritto: gli stemmi ed i gonfaloni storici delle province e dei comuni non possono essere modificati. Tale disposizione rileva che l'intendimento del legislatore è quello di difendere l'originalità degli stemmi storici. Confidiamo che la S.V., particolarmente preparata ed interessata di storia locale, possa disporre per il ripristino dello Stemma nella sua forma precedente. Con osservanza:
Frascati, 22 nov. 2011
- Associazone Tuscolana AMICI di FRASCATI
- CENTRO STUDI E DOCUMENTAZIONI STORICHE
- Associazione Culturale Eventi Tuscolani
- Comitato Promotore Cittadino "Per lo Stemma Storico Tuscolano"
Per maggior chiarezza allegato alla lettera c'è una foto (cliccare sopra di essa per ingrandirla) con la ricostruzione della evoluzione dello stemma in cui si mostra la sua configurazione attuale e quella originale di partenza, cui si vuole far ritorno.Ciò che appare strano in questa vicenda è come questa modifica sia potuta avvenire, a quanto pare, all'insaputa di gran parte della popolazione. Personalmente non ho fin qui avuto modo di assistere alle sedute del Consiglio Comunale e quindi non sono in grado di sapere se la cosa sia stata discussa in quella sede ma a giudicare dalla sorpresa delle organizzazioni firmatarie della lettera si direbbe di no.

.

domenica 20 novembre 2011

Breve storia dei Vigili del Fuoco di Frascati

Interessante ricerca di Enrico Branchesi

“I Pompieri nel Comune Tuscolano – Breve storia dei Vigili del Fuoco di Frascati” è un piacevolissimo volumetto stampato a cura del Servizio Documentazione e Relazioni Pubbliche del Dipartimento VV.FF. scritto da Enrico Branchesi, il cui lavoro in seno al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, come scrive egli stesso nella presentazione “è quello di curarne l’immagine con fotografie emblematiche e di arricchirne l’archivio storico nazionale con documentazioni fotografiche di ogni tipo, dalle calamità ai grandi eventi” e sono stati proprio i venticinque anni trascorsi in questa occupazione a fornire a Branchesi l’idea di questa pubblicazione che vanta, tra l’altro, una introduzione dell’Ing. Gregoio Agresta, Direttore Centrale per la Formazione dei Vigili del Fuoco, e di Stefano Di Tommaso, sindaco di Frascati. Ecco di seguito uno stralcio in cui sono riportate le vicende relative all’iter amministrativo per l’istituzione del corpo comunale dei vigili. “Nel 1873, quando la cittadina ormai non era più un semplice villaggio, ma una vera e propria grande comunità con i suoi bei monumenti e fontane, con un discreto numero di abitanti e con rischi e pericoli in costante aumento, i cittadini pensarono d’avanzare una domanda rivolta al sindaco per ottenere il permesso di istituire un “Corpo di Pompieri” ed allegando alla stessa la bozza di un potenziale regolamento. Con delibera del Consiglio comunale, il 9 luglio dello stesso anno venne presa in considerazione l’istituzione di un Corpo di Vigili per la città di Frascati. Coloro i quali avrebbero costituito l’organico di questo Corpo, da regolamento, si impegnavano a non percepire alcun stipendio e a provvedere loro stessi a un’idonea uniforme, chiedendo però al Comune di farsi carico della spesa necessaria per un istruttore e per gli attrezzi necessari all’arte loro. Molti consiglieri appoggiarono l’avanzata istanza, anche se per una definitiva approvazione pensarono bene di prendee tempo, e di vagliare la spesa occorrente in relazione alle forze finanziarie del Comune. A ogni modo il Consiglio espresse il proprio plauso alla bella idea avuta dai firmatari, di dotare la città d’un servizio che poteva rendere utili e importanti servigi alla Comunità, e di massima ne approvò l’istituzione invitando nel contempo i promotori a presentare un elenco delle machine e degli attrezzi occorrenti, unitamente a una spesa approssimativa, in modo che il Consiglio comunale potesse arrivare a una corretta delibera e al relativo stanziamento di fondi per l’anno successivo. A distanza di un anno e precisamente il 14 agosto 1874 il Consiglio riprese nuovamente in causa la neo istituzione dei vigili per Frascati, vagliando le documentazioni richieste con preventivi offerti da alcuni “artisti cittadini” (così venivano chiamati coloro che esercitavano i mestieri di muratori, imbianchini, ferraioli, falegnami, ecc.) e valutando coloro i quali s’erano offerti gratuitamente per la formazione del corpo. La spesa occorrente a tale scopo risultò piuttosto considerevole e di conseguenza la Giunta comunale fu del parere di fare ogni anno degli stanziamenti appositamente dedicati per la dotazione del gruppo. Il primo stanziamento fu proposto nel bilancio di previsione del 1875 per la somma di lire 1.000 e tale proposta risultò accolta a pieni voti essendosi levati in piedi tutti e dieci i consiglieri presenti. …. omissis …. Malgrado già con le delibere del 9 luglio 1873 e del 14 agosto 1874, debitamente approvate dalla R. Prefettura, fosse stato istituito formalmente un corpo municipale di vigili, fu necessario attendere la delibera del Consiglio del 9 aprile 1877. Fu quella la data che fece iniziare materialmente il processo d’istituzione del corpo, anche con l’acquisto di quegli attrezzi più urgenti e necessari, nonché con l’addestramento dei novelli vigili da parte di un istruttore. Il tutto venne finanziato con la somma di lire 3.000 per ogni esercizio finanziario e stanziata a partire, come stabilito, dal 1875”. NELLE FOTO (cliccare per ingrandirle): la copertina del volume di Branchesi; “Figurino dei Vigili del Fuoco – Comune di Frascati – Gennaio 1878”; “Gruppo con al centro seduto il Comandante Vittore Galli, ai lati guardie municipali”; “Frascati, 1941”.

.

Il Cardinale Ludovico Micara: cappuccino e predicatore intransigente

Nato a Frascati il 12 ottobre 1775, morto a Roma il 24 maggio 1847

Cardinale vescovo di Frascati dal 2 ottobre 1837 fino al giugno 1844, Ludovico Micara era nato a Frascati il 12 ottobre 1775 da Filippo Micara e Gaetana Lucidi. Il suo nome di battesimo era Fedinando e quello di Ludovico fu il nome che prese a 18 anni allorché divenne frate cappuccino. Di carattere forte e intransigente, fu ordinato sacerdote nel 1798, fu arrestato sotto il governo di Napoleone, caduto il quale divenne Ministro Generale dell’Ordine dei Cappuccini e predicatore apostolico di papa Pio VII (Barnaba Niccolò Maria Luigi Chiaramonti, da Cesena). Il 13 marzo 1826 fu fatto cardinale da papa Leone XII (Annibale Francesco Clemente Melchiorre Girolamo Nicola Sermattei, della Genga). Nel giugno 1844 divenne vescovo di Ostia e Velletri. Morì a Roma il 24 maggio 1847 e per suo volere fu sepolto nella Chiesa dei Cappuccini tra Piazza Barberini e Via Veneto, dove una lapide lo ricorda così: “Cardinale Ludovico Micara O.M. Capp nato a Frascati il 12 ottobre 1775 morto a Roma il 24 maggio 1847 predicatore apostolico generale dell’Ordine dei Cappuccini vescovo di Ostia e Velletri decano del Sacro Collegio visse modestamente nell’annesso conveto del suo ordine ed è sepolto in questa chiesa dell’Immacolata”. Il poeta romanesco Gioacchino Belli lo ricorda benevolmente in alcune sue lettere per i favori e l'amiciza ricevuti. In una, datata 3 ottobre 1816 e indirizzata a Gaetano Bernetti di Roma, il Belli scrive: “Ognuno sa che nel passato tempo una catena di circostanze sinistre mi aveva assoggettato alla necessità di provvedere alla mia sussistenza e al mio ricovero nel modo il più decente, ed insieme più adeguato alla povertà che mi opprimeva. I miei parenti a S. Lorenzo in Lucina mi offrirono il vitto, e mancando io ancora di un tetto che mi ricettasse, i miei parenti medesimi pregarono il suo figlio a procurarmi una camera ai Capuccini la quale ottenni di fatti mercè i buoni uffici di lui uniti agli altri, anch'essi efficaci, del Padre Lodovico Micara”. In un’altra, datata 4 luglio 1838 e indirizzata a Giacomo Ferretti di Albano, scrive invece: “E se viene, e se lo visiti, e se lo vedi, farai il mio gran piacere salutandomi il Card. Micara e parlandogli di me, delle mie circostanze e della mia antica amicizia (allorché entrambi eravamo cerasa, adesso egli è ananas ed io osso di prugna). Un giorno gli farò conoscer mio figlio”, mostrando quindi, almeno in apparenza, grande intimità col cardinale. Una pregevole testimonianza della sua attività di predicatore si ricava da questa pergamena, di due fogli incollati insieme dalle misure complessive di oltre metri 1,10 per centimetri 75, dedicata alla predicazione quaresimale tenuta nella basilica di San Petrolio a Bologna nell’anno 1819, quindi sette anni prima dell’investitura cardinalizia. Eccone il testo: “Terminando con universale applauso la quaresimale predicazione, il reverendissimo padre Lodovico Micara di Frascati, ministro provinciale dei Cappuccini, consultore della Sacra Congregazione dell’Indice ec. Nella collegiata per insigne basilica di San Petronio. Quando l’irata man di Dio percosse la proterva Sion rubelle, e altera, a profeta sciagura atroce, e fera, un grido in prima annunziatore alzosse; ma il suon tremendo i duri cuor non mosse, né l’empia si levò dal fango ov’era, onde offeso il Signor che all’orbe impera, fin dai cardini suoi la svelse, e scosse. Or dal Tebro per te, Felsina, uscio di veritade il sacro suon che intendi da Lui che parla, messagger d’un Dio: se ti diede il suo dir nobili affanni, l’error detesta, e d’evitare imprendi dell’iniqua Sion lo scempio, e i danni.” Chiude la pergamena le scritta seguente: “In argomento di somma ammirazione varj uditori. Bologna, MDCCCXIX, nella tipografia Sassi, con approvazione”.

.

domenica 13 novembre 2011

Scene di vita castellana nei vecchi giornali illustrati

Trovati sulle bancarelle dei mercatini

Il salvataggio del maestro Alberto Rossi - Nell’aprile del 1962 avevo quasi nove anni e mezzo e frequentavo la quarta elementare nelle scuole centrali di Piazza Garibaldi, ricordo la viva impressione suscitata in quegli anni, forse un paio di anni prima, per il crollo di un tratto del muro di cinta della Villa Lancellotti che causò la morte di uno o due bambini ma non ricordo minimamente l’episodio descritto in questa tavola de La Tribuna Illustrata del 22 aprile 1962, disegnata da Vittorio Pisani. La didascalia dice che: “A Frascati un autocarro in sosta, causa l’improvvisa rottura del freno a mano, si metteva in moto e scendeva per la strada in pendio. Acquistando sempre maggiore velocità, continuava la folle corsa verso il tratto prospiciente la scuola elementare. Sicuramente sarebbe piombato su un gruppo di ragazzi che stavano uscendo in quel momento e non si erano accorti del pericolo. Con prontezza e coraggio il maestro Alberto Rossi si slanciava verso di loro, li sospingeva, li schiacciava contro il muro, così che il mastodontico veicolo, nel suo rovinoso passaggio, li sfiorava appena, poco prima di investire quattro macchine parcheggiate per arrestarsi, finalmente, contro il muro di uno stabile”. Non ricordo di aver mai sentito nominare il maestro Alberto Rossi, e la cosa mi meraviglia, visto che invece ricordo bene di aver avuto come maestra la signora Enrica Donati nei primi tre anni di elementari mentre e in quarta e quinta ebbi il maestro Gaspare Molinari e ricordo inoltre distintamente i nomi di tanti altri maestri e maestre delle altre classi e mi dispiace quindi di non ricordare nulla di Alberto Rossi. I ragazzi da lui salvati dovrebbero però oggi avere la mia età e magari qualcuno fra loro – ma chi saranno? – conserva ancora memoria di quell’episodio e del loro salvatore.
La nave di Nemi - La copertina del “Supplemento illustrato della Domenica” a “La Tribuna” del 1° dicembre 1895 documenta, con una bella incisione a colori di Zaniboni e Romagnoli gli “Scavi e ricerche eseguite con un palombaro nel letto del lago di Nemi” per i rilievo intorno a quella che all’epoca veniva ancora definita “La nave di Tiberio”. Le navi erano invece due e entrambe attribuite a Caligola. I tentativi di recupero delle navi fra il 15° e il 19° secolo furono quattro: Leon Battista Alberti ci provò nel 1446 su incarico del cardinale Prospero Colonna, all’epoca proprietario di Nemi e del comprensorio circostante; nel 1535 ci riprovò Francesco De Marchi, ingegnere e studioso di applicazioni militari; nel 1827 fu la volta di un altro studioso, Annesio Fusconi, il quale fece uso della “campana di Halley” con cui riuscì a portare sul fondo del lago ben otto persone; infine, nel 1895, vi si cimentò, attraverso l’impiego di palombari, l’antiquario romano Eliseo Borghi, dopo aver ottenuto i permessi della famiglia Orsini, divenuta nel frattempo proprietaria del luogo, del comune di Nemi e del ministero della Pubblica Istruzione. Nessuno dei quattro tentativi andò in porto e tutto quello che fu recuperato furono cimeli isolati e frammenti degli scafi che in questo modo rischiarono di andare incontro a distruzione certa. Fu per questo motivo che prima della fine dell’anno, sulla base di una relazione del direttore generale delle Antichità e Belle Arti, Felice Barnabei, il ministro della Pubblica Istruzione, Guido Baccelli, revocò il permesso al Borghi e chiese l’intervento del ministro della Marina Morin per la effettuazione di rilievi scientifici. Morin affidò l’incarico a Vittorio Malfatti, tenente colonnello del Genio Navale, che tra la fine del 1895 e l’estate del 1896 con la campagna di ricerche documentata nella tavola qui riprodotta rilevò l’esatta ubicazione delle navi, la loro dimensione, le caratteristiche del luogo ed elaborò un ambizioso progetto di recupero che prevedeva l’abbassamento del livello del lago attraverso lo svaso di decine di milioni di metri cubi d’acqua. Ci vollero più di trent’anni e l’impegno di molti uomini illustri prima che il progetto potesse essere realizzato.
La Sagra dell'Uva a Marino - In questa bella tavola di Achille Beltrame, sulla copertina de La Domenica del Corriere del 21 ottobre 1928 è rappresentata una de “Le belle feste tradizionali italiane. La ‘Sagra dell’Uva’ a Marino (Roma): la folla festante intorno alla fontana dei Quattro Mori, donde zampilla vino per tutti”.
.

domenica 17 luglio 2011

La Chiesa del Gesù a Frascati, nella descrizione del Seghetti

La facciata .... oggi eccezionalmente libera da automobili e persone

Questa mattina Frascati era semideserta e per la prima volta sono riuscito a fare la foto qui accanto, la facciata della Chiesa del Gesù, priva di automobili e persone! Ecco alcuni stralci di cosa, a proposito di questa chiesa, scriveva nel 1906 Domenico Seghetti nel suo volume “Frascati, nella natura, nella storia, nell’arte”.
“La Chiesa del Gesù fu eretta in onore di San Gregorio Magno. La facciata elegantissima a due ordini, composito in basso e corintio in alto, fu disegnata da Pietro da Cortona. Le statue laterali rappresentano i santi Ignazio di Loyola e Francesco Borgia. L’interno del tempio, severo e maestoso, ad unica nave, è a croce latina. La cappella a destra di chi entra è dedicata alla Maddalena: ha nella parete dell’altare un affresco colorito dal Colli, in cui è raffigurata la donna penitente che piange sul sepolcro di Gesù mentre questi le comparisce sotto l’aspetto di ortolano: al medesimo autore si attribuiscono i dipinti delle pareti laterali. Dirimpetto è situata la cappella di San Francesco Saverio, dove la figura principale del titolare ed i quadri delle pareti si vedono tratteggiati con maniera più accurata dal summenzionato artista. Avanzando verso l’altare maggiore, si sosti alquanto sopra il piccolo disco di pietra nera che è nella bianca fascia marmorea del pavimento: se da questo punto si dirige lo sguardo in alto, allorchè specialmente sia favorevole il momento di luce, si riceve l’illusione di un fondo concavo, in forma di cupola, mentre si ha dinanzi un soffitto, in piano, ricoperto di tela dipinta a chiaroscuro dal Colli.
Per la sua costruzione
(della chiesa – n.d.r.)
, iniziata alla fine del XVI secolo dal P. Borgia, si dovettero demolire una casa dei signore Della Rovere e l’oratorio che Lucrezia, di sì illsutre famiglia, vi aveva eretto daccanto nell’anno 1520: la fabbrica condotta man mano avanti nel secolo XVII per la pietà generosa di donna Olimpia Aldobrandini, principessa di Rossano, e con il concorso del Comune, si portò a termine in ogni sua parte ai primi del secolo seguente. La solenne consacrazione fu compita nel 1773 dal card. D’York. Notevoli restauri ha avuti la chiesa nel 1864, sotto la intelligente direzione del Prof. Angelini, il quale affidava al Dies il ritocco dei nobili affreschi”.

.

domenica 15 maggio 2011

In giro per le Ville Tuscolane sulla stampa di Matteo Greuter

Una delle più antiche, belle e dettagliate di Frascati e dintorni

Matteo Greuter incise la sua famosa stampa, la prima del territorio tuscolano suddivisa in tre fogli, nel 1620. Committente era Camillo Borghese, nato il 17 settembre 1552 e morto il 28 gennaio 1621, diventato il 233° pontefice romano nel 1605 assumendo il nome di Paolo V.
Per avviare la visione del video cliccare sul triangolino/freccetta grigio, in basso a sinistra sul riquadro qui sotto.



Mostra delle Scuole Tuscolane per i 400 anni della Cattedrale di San Pietro

Presso il palazzo vescovile di Frascati

Dall'11 al 15 maggio presso il Palazzo Vescovile di Frascati sono stati esposti i lavori presentati dalle scuole pubbliche e private di tutti i comuni della Diocesi (Colonna, Frascati, Grottaferrata, Monte Porzio Catone, Montecompatri, Roccapriora, Rocca di Papa e Roma) per celebrare il quarto centenario della Cattedrale di San Pietro a Frascati.
Le scuole che hanno presentato propri lavori sono: l'Istituto G. Gulloni di Colonna; il I e II circolo didattico di Frascati e relativi plessi distaccati, la scuola media statale Tino Buazzelli, la scuola primaria e secondaria I grado Maestre Pie Filippini, l'Istituto N. Signora SS. Sacramento, l'I.T.I.S. Enrico Fermi e e l'I.T.C.G.P. Michelangelo Buonarroti; gli Istituti G. Falcone, San Nilo, A. Braschi, Virgo Fidelis e il liceo artistico di Grottaferrata; l'istituto Don Milani e la scuola media statale Enrico Fermi di Monte Porzio Catone; l'istituto comprensivo Montecompatri con i plessi di Molare e Laghetto; l'istituto Duilio Cambellotti di Rocca Priora; l'istituto Montanari di Rocca di Papa e l'istituto P.M. Corradini di Roma.
La premiazione, quattro premi per ognuna delle quattro categorie in cui sono stati divisi i lavori presentati dalle scuole, ci sarà nei prossimi giorni.
Ecco qui sotto un'ampia rassegna dei lavori esposti.
Cliccare sul triangolino/freccetta grigio in basso a sinistra del riquadro qui sotto per avviare la visione del video.



.

lunedì 31 gennaio 2011

A Sua Eccellenza il Duca di Brancaccio, principe di Roviano

Una cartolina della nonna Felice Filomarino in vacanza a Frascati nell'agosto del 1902

“Carissimo Marcantonio - gli scrive la nonna da Frascati il 6 agosto 1902 - qui si sta più freschi che a Roma dove fa molto caldo. In questo Hotel Frascati ci è stato Sciarra, Paterno ed altri. Io sto con Aspreno. Ieri andai con la vettura a Monteporzio, sito che tu conosci. Si vede Mondragone. E’ una bella campagna. Aria buonissima. Io penso di tornare a Roma sabato 9 agosto. T’abbraccio forte forte con Carlo e Bebella, ti do la S.B. Tua aff.ma Nonna Felice Filomarino”.Si, il nome della nonna è proprio Felice. Sebbene in alcune genealogie si legga Felicia e in altre Felice, in questa cartolina lei si firma chiaramente “Felice”.
Donna Felice, 7a principessa di Triggiano e Marchesa di Montescaglioso, era figlia di secondo letto di Don Giacomo Filomarino, 11° Principe della Rocca d’Aspro, e di Rosa Cattaneo della Volta, Marchesa di Montescaglioso. Era nata a Palo del Colle il 12 febbraio 1817 e il 21 aprile 1838, all’età di ventuno anni, aveva sposato a Portici Don Carlo Brancaccio dei Principi di Ruffano, dal quale tra il 1839 e il 1859 ebbe ben tredici figli, cinque femmine e otto maschi. Rimasta vedova nel 1868, il 25 ottobre 1873, all’età di cinquantasei anni, sempre a Portici, sposa in seconde nozze Don Girolamo Ruffo dei Duchi di Bagnara.
Quando nell’agosto del 1902 è in vacanza presso l’Hotel Frascati ha ormai ottantacinque anni (ma ne vivrà quasi altri cinque, morendo a Roma il 14 aprile 1907) e si trova in compagnia del suo undicesimo figlio, Aspreno Brancaccio, zio di Marcantonio. Marcantonio, essendo nato a Roma il 29 marzo 1879, ha invece ventitré anni e sta evidentemente trascorrendo un soggiorno estivo in Baviera, al n. 11 della Jagerstrasse di Bayreuth, dove la nonna Felice con calligrafia ancora ferma ed elegante gli invia la cartolina con i saluti suoi e di Carlo e Bebella. Carlo è il fratello di Marcantonio e Bebella probabilmente il soprannome della sorella Maria Eleonora (Carlo è morto scapolo e quindi Bebella non può essere sua moglie).
E’ possibile che il giovane Marcantonio, di buona famiglia e di buona istruzione (nel 1890, a undici anni, era fra gli allievi del Nobile Collegio Mondragone, come sembra ricordargli la nonna nella cartolina) si trovi in Germania per ascoltare buona musica. Bayreuth è infatti nota come la città di Richard Wagner, non solo perché il compositore nato a Lipsia nel 1813 e morto a Venezia nel 1883 è lì sepolto ma anche perché proprio a Bayreuth Wagner organizzò per la prima volta nel 1876 il suo Festival che si tiene ogni anno presso la Festspielhaus, proprio tra i mesi di luglio e agosto. Intorno a quegli anni, tra il 1902 e il 1904, Marcantonio Brancaccio fu insignito del titolo di Principe di Roviano, con Regio Decreto dell’11 aprile 1904. Questo perché il feudo di Roviano, prima possedimento dell’Abbazia di Subiaco e poi nel corso dei secoli, a partire dal 1200, dei vari rami della famiglia Colonna e poi dei Barberini finì, nel 1872, alla famiglia Massimo per poi essere rilevato, il castello ed altri possedimenti, dai Brancaccio proprio nel 1902 quando i Massimo rinunciarono al titolo. E si da il caso che il marito di Maria Eleonora, sorella di Marcantonio Brancaccio, nata a Roma nel 1875 e morta sempre a Roma nel 1943, fosse proprio un esponente di quella nobile famiglia: Don Francesco Massimo, 4° principe di Arsoli e zio del nostro Marcantonio Brancaccio. Il quale Marcantonio visse ottantadue anni, morendo a Roma il 5 novembre 1961, avendo contratto un solo matrimonio, il 1° aprile 1959 alla bella età di ottant’anni, con tale Fernanda Ceccarelli, di anni cinquantadue. Non avendo ovviamente avuto figli, il titolo di Principe di Roviano è quindi tornato ai Massimo nella persona di Don Fabrizio, patrizio romano, nobile di Tivoli, nobile di Velletri, Principe di Roviano, Principe di Triggiano, Duca di Lustra e Marchese di Montescaglioso che, nato a Roma nel 1963 da Don Filippo e Maria Luigia Capparella, ha avuto aggiunto al suo il cognome di Brancaccio, con Decreto Presidenziale italiano del 7 settembre 1968. Padre di quattro figli, due maschi e due femmine, Don Fabrizio Massimo Brancaccio ha imposto a uno dei due eredi maschi il nome di Marcantonio.
.

sabato 29 gennaio 2011

La Regina Margherita in visita a Frascati e altri comuni dei Castelli

Il 24 maggio del 1888

(Cliccare sulle immagini per ingrandirle) La cronaca della visita della regina Margherita a Frascati e altri comuni dei Castelli Romani avvenuta il 24 maggio del 1888 è riportata in un articolo datato 5 giugno di quello stesso anno, a firma X.Y.Z., pubblicato su L’Illustrazione Italiana, di cui ho trovato copia questa mattina presso la Galleria d’Arte Theodora (via Diaz, 50, Frascati – 06/940.17.507). L’articolo è illustrato con cinque disegni di Dante Paolocci raccolti tutti in una unica pagina della pubblicazione. Ecco di seguito la trascrizione di quella cronaca e la riproduzione dei disegni (nell’ordine: l’arrivo a Frascati; il lago di Nemi; la Villa Sforza Cesarini a Genzano; l’arrivo ad Albano; il lago di d’Albano).
“So di non raccontarvi nulla di nuovo: ma la voglia di scrivere all’ILLUSTRAZIONE qualche cosa della gita fatta il 24 maggio da S.M. la Regina ai così detti castelli Romani m’è venuta vedendo il disegno che vi manda il vostro Paolocci, e sentendo favoleggiare intorno a quella reale passeggiata come se si trattasse della più strana cosa del mondo. Le regine non possono sentire di tanto in tanto il desiderio di cambiare il solito programma quotidiano, procurando nel tempo stesso un piacere a persone loro affezionate? Sua Maestà aveva promesso una visita alla principessa di Venosa ad Albano: ne aveva promessa un’altra da un pezzo alla duchessa Sforza Cesarini, a Genzano, dove non era più stata del 1871. Soddisfacendo i voti delle due dame faceva cosa grata anche alla duchessa di Genova sua cognata, mostrandole le bellezze dei paesi ch’erano un tempo la villeggiatura preferita delle grandi famiglie patrizie di Roma. Ecco spiegato tutto il mistero!
Non starò a dire delle accoglienze festose che accompagnarono la Regina, la duchessa di Genova ed il principe di Napoli per tutta la strada. Dovrei ripetere cento volte le stesse frasi, senza dare un’idea neppure lontana dell’affettuoso entusiasmo dettato fra queste buone popolazioni dalla presenza dell’amata sovrana. Si suol dire che in alcuni de’castelli Romani – Albano, Marino, Castel Gandolfo, Frascati, Ariccia sono designati con questo nome – parte della popolazione parteggi per il vecchio ordine di cose, e l’altra parte, per naturale reazione, accentui di molto le sfumature del liberismo. Ma in pratica pare che neri e rossi si adattino volentieri a fare festa alla Regina d’Italia e si trovino in questo perfettamente d’accordo. Certo che nessuno potè sospettare l’esistenza di rossi e di neri ad Albano, quando v’entrò la fila delle carrozze che portavano la Regina, i principi ed il loro seguito. Traversato il paese andarono difilate per la Via Appia Nuova verso l’Ariccia, passando il ponte bellissimo fatto per volontà di Pio IX, ideato e cominciato nel 1846 e finito nel 1853 per cura di Camillo Jacobini ministro de’lavori pubblici e per opera dell’architetto Bertolini. Oltrepassata l’Ariccia, che fu una delle più antiche città d’Italia se è vero che la fondasse Archilao Siculo 1360 avannti G.C., le carrozze continuarono verso Genzano per Galloro, dirigendosi verso la villa dei duchi Sforza Cesarini all’ombra di uno dei tre bellissimi viali lungo i quali sono disposti in doppia fila olmi secolari. Questa villa fu antico palazzo baronale e la porta principale è aperta dove si apriva l’antica del vecchio borgo feudale. Il palazzo trasandato e guasto, come ce lo dipinge Massimo D’Azeglio nei sui
Ricordi narrando d’avervi abitato, fu ristaurato dal duca don Lorenzo, padre del duca Francesco che lo possiede attualmente, ed è come lui senatore del Regno d’Italia. Davanti al palazzo si stende un vasto piazzale nel quale sbocca l’olmata e dove il duca e la duchessa aspettavano Sua Maestà, insieme ad una folla di popolo ed alla banda di Civita Lavinia della quale i bandisti hanno l’elmo dal candido pennacchio come i generali. Il piazzale si traversa per entrare nel bellissimo giardino o parco della villa, che si specchia nella “conca di poggetti selvosi” del lago di Nemi – come la chiamò lord Byron nel Pellegrinaggio d’Aroldo – lago incantevole per la quiete che regna tutt’all’intorno, per la tersa ed immobile superficie delle sue acque, per il soave profumo delle fragole selvatiche che nascono abbondantissime all’ombra dei boschi. Tutte bellezze che la regina Margherita, cui dava il braccio il duca Francesco Sforza, dovette ammirare frettolosamente perché s’appressava l’ora della colazione.
Questa fu servita alla Regina ed al di lei seguito nella villa del principe Buoncompagni di Venosa in Albano, dove gli ospiti augusti sedettero a tavola poco prima d’un’ora dopo mezzogiorno. Alle 3 la reale comitiva rimontò nelle carrozze, e partì costeggiando all’ombra delle così dette
gallerie, l’amenissimo lago d’Albano nel quale si specchiano Castel Gandolfo, Palazzolo, Rocca di Papa e la cima di Monte Cave. Ha l’onde azzurrissime e il suo circuito di forma ovale misura dodici miglia.
A Rocca di Papa, dove si sale per una disagevole strada, la comitiva potè trovare altre memorie di Massimo D’Azeglio ed un piccolo marmo sulla facciata di casa Blasi che indica dove abitava l’illustre artista, il grande patriota ed uomo di Stato. Dalla Madonna del Tufo godette il meraviglioso spettacolo della campagna romana, del paese e del lago di Castel Gandolfo, di Marino e di tutto il panorama che il D’Azeglio vedeva dalle sue finestre.
Da Rocca di Papa le carrozze reali scesero di trotto fino a Frascati entrando in città dalla strada di Marino, che si congiunge presso l’acqua Giulia a quella di Rocca di papa; e precisamente dal piazzale in fondo al quale – come si vede nel disegno di Dante Paolocci – è il grande cancello barocco della villa di Bel Poggio, che appartiene alla famiglia dei principi Pallavicini. Alle sei pomeridiane un treno speciale riportava in Roma la nostra Regina che nei luoghi visitati lasciò non soltanto il grato ricordo della sua visita, ma elargì anche delle somme da spendersi in beneficienza”
.
In realtà nella parte finale l’autore sembra incorrere in un grossolano errore, infatti quello che si vede nel disegno del Paolocci non è il cancello della Villa Bel Poggio dei principi Pallavicini ma quello della Villa Belvedere di proprietà degli Aldobrandini, cancello che, come si legge nel catalogo della mostra “Villa e Paese, Dimore nobili del Tuscolo e di Marino” a cura di Almamaria Tantillo Mignosi, la tradizione locale attribuiva all’architetto Carlo Francesco Bizzaccheri ma che invece il Portoghesi ha ritenuto del migliore allievo di costui: Gabriele Valvassori “per un’affinità d’ordine stilistico con la restante sua produzione”.

.