domenica 12 settembre 2010

Piacevole camminata lungo l'anello alto del cratere del Vulcano Laziale

Storia e usanze dei Campi di Annibale nella guida storica di Celestino Piccolini del 1903

(Cliccare sulle foto per ingrandirle) Fra i vari sentieri nei dintorni di Frascati ideati e progettati dalla locale sezione del CAI – Club Alpino Italiano e realizzati dal Parco Regionale dei Castelli Romani, uno particolarmente suggestivo, non difficile né particolarmente faticoso è il n 509 che, lasciandosi al centro i Campi di Annibale nel comune di Rocca di Papa, percorre tutto l’anello alto del Vulcano Laziale. Si tratta di un sentiero di poco meno di 9 Km (per l’esattezza 8.650 metri) percorribile in due ore e mezza o poco più. Si parte dal parcheggio dei Campi di Annibale, facilmente raggiungibile in automobile e situato a un’altezza di 755 metri sul livello del mare, e lasciata lì l’auto ci si inerpica a piedi fin sul Maschio delle Faete (957 m slm) dopo aver attraversato la Via Sacra all’altezza dell’edicola con l’immagine della Madonna e passando dietro Monte Cavo, si raggiunge poi la sommità di Colle Giano (941 m slm) e completando il giro alto del cratere (segnato in rosso nella foto e nella cartina qui riprodotte) si ritorna infine, dalla parte opposta, al parcheggio dei Campi di Annibale. Lungo il percorso, all’inizio piuttosto ripido, si ha la possibilità di fermarsi ad ammirare dall’alto i laghi di Nemi e di Castel Gandolfo, che riempiono oggi gli altri due crateri del vulcano laziale, mentre nel buio del sottobosco spuntano in questa stagione funghi e ciclamini. Insomma una camminata piacevole e istruttiva in una delle aree più suggestive e ricche di storia dei nostri luoghi.
Padre Celestino Piccolini, così descriveva i Campi di Annibale nella sua guida storica “Sul Monte Albano nel Centro del Lazio” edita a Roma presso la Tipografia Vespasiani nel 1903: “I campi di Annbale sono un’ampia estensione di terreno contornata dal Monte Cavo, Monte Pila, Punta della Faeta, i cosiddetti Monti e il nucleo speronaceo sul quale era costruita la fortezza; rappresentano il cratere spento del vulcano albano, del quale parleremo a suo luogo. Erroneamente è stato indotto il popolo a credere che ivi il feroce capitano Cartaginese abbia fatto una sosta additando Roma ai suoi, nella marcia contro quella città, dopo la celebre battaglia di Canne. Dico, il popolo è stato indotto a crederlo, perché non mancano degli scrittori, ed anche autorevoli, i quali lo abbiano asserito. Eppure l’itinerario di Annibale riportato da Tito Livio non ammette dubbio: Annibale, tenendo la via Latina, saccheggiate le terre di Fregelle perché gli abitanti avevano tagliati i ponti, passando per quel di Frosinone, Ferentino e Anagni, pervenne a Labico (Colonna). Quindi per l’Algido (Rocca Priora), si portò a Tuscolo, e non essendo stato ricevuto entro le mura, scese a destra verso Gabii (Pantano Secco), e di là spinto l’esercito a Papinia (tenuta di Torre Nuova), pose il campo ad otto miglia lontano da Roma (Liv. Lib. XXVI c. VI). Sul monte Albano piuttosto che Annibale, i Romani posero un presidio contro di lui, per tenerlo a bada, nella via Latina ad oriente e nell’Appia ad occidente, come narra Livio nello stesso capitolo.. Quindi Annibale non fece altro, riguardo ai cosiddetti Campi, che riguardarli da lontano, se pur potevano presentarsi al suo sguardo, dai colli tuscolani.
Quel nome deriva piuttosto dalla famiglia degli Annibaldi o Anniballi come si legge in una Bolla di assoluzione sotto Giovanni XXIII (sic, ma deve invece trattarsi di Giovanni XXII), nellArchivio Vaticano: Absolutio pro natis de Aniballensibus. Da Anniballi a pronunziare Aniabli, e poi al singolare i Campi d’Annibale, fa presto il popolo. Che se vogliamo ricercare un’etimologia ancor più
chiara e certa, noi già sappiamo che gli ultimi possessori della Rocca, i quali la vendettero colle annesse terre ai Colonna nel 1426, erano i fratelli Giovanni e Annibale Anibaldi; nessuna meraviglia dunque che dall’ultimo dei possessori sia rimasto il nome a quella terra. Questi campi essendo riparati, e godendo visi aria fresca, servirono sotto il governo cessato alle truppe pontificie, dipo alla guarnigione di Roma. Pel passato erano come gli empori della neve, conservata in appositi pozzi e somministrata nell’estate a Roma. L’uso di raccoglierla così viene descritto dal Santovetti: “ Vi concorre tutto il popolo, non meno che il Clero per mantenere il buon ordine. Dato il segnale colla campana della parrocchia, il popolo si avvia al lavoro; si stabiliscono quelli che ammucchiano, gli altri che trasportano, que’ che la calano nei pozzi. E’ un bel colpo d’occhio il veder tutta la popolazione a quest’opera, che può assomigliarsi a quanto fanno le api nel formare i loro alveari: chi carica, chi riceve, chi scarica, chi va, chi viene”. Ora a causa delle fabbriche di ghiaccio, poca ne viene raccolta. Fra gli antichi pozzi erano celebri quello detto della castagna, e l’altro della lupa; quest’ultimo conteneva più di mille carri di neve; la sua copertura cadde cadde nel 1812 epoca dell’invasione francese, per cui non si ebbe cura di riedificarla, ed al presente è deperita. Riguardo all’appico di Pentima Stalla, precipizio spaventoso, orrendo, sotto le sorgenti della acque, ne faremo parola nel capitolo: “Il monte ed il lago vulcani” sarà utile per ora avvertire l’audace visitatore di non accostarsi troppo “a quella banda della cornice, onde cader si puote, perché da nulla sponda s’inghirlanda” per usar le parole di Dante”.
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1 commento:

Anonimo ha detto...

fortuna che non era un blog di gite... ;P 'fname :D:D:D