mercoledì 29 aprile 2009

Il grandioso ponte di Augusto sul Nera ... a Frascati ?!

Errori e refusi del passato: dopo Tivoli ... Narni

Ben poca cosa è l’equivoco della fontana del palazzo Aldobrandini a Tivoli (?!) descritto nel post precedente rispetto a quello della cartolina qui accanto dove risultano rappresentati i “resti del grandioso ponte di Augusto sulla Nera” … a Frascati (??!!).
Che a Frascati non vi sia alcun ponte di Augusto, né piccolo né grandioso, è cosa nota e questo anche per il semplice fatto che sul suo territorio comunale non passa alcun fiume e men che mai il, o la, Nera!
Il ponte riprodotto nella cartolina sorgeva invece nei pressi di Narni, era alto trenta metri, lungo all’incirca centosessanta ed era costruito su tre, forse quattro, arcate di lunghezza differente l’una dall’altra e delle quali è arrivata ai giorni nostri soltanto una, oltre ai resti di due piloni, a pianta rettangolare, che sono quelli appunto visibili nella cartolina.
Gli archeologi che hanno studiato i resti del ponte hanno rilevato difformità costruttive tra le sue varie parti e questo li ha indotti a ipotizzare diverse fasi costruttive realizzate in epoche diverse pur facendo risalire l’origine del manufatto ai lavori di riassetto viario della Via Flaminia fatti realizzare da Augusto intorno al 27 a.C. Inoltre sono stati rilevati i segni di molti interventi di restauro anche in età antiche mentre le cronache medioevali parlano di danneggiamenti subìti dal ponte in seguito a terremoti e il crollo del terzo pilastro risulta documentato nel 1855. Riferisce il sito Umbria e Arte che negli ‘970 il ponte è stato oggetto di interventi di consolidamento mentre gli ultimi terremoti del 2000 danneggiarono l’unica arcata superstite che, finita di restaurare nel maggio 2005, restituì “il fascino originario al monumento architettonico”.
Quella qui a fianco è invece l’immagine del ponte da un dipinto del 1826 di Jean-Baptiste-Camille Corot.
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domenica 26 aprile 2009

La fontana del Palazzo del card. Aldobrandini ... a Tivoli ??!!

Un equivoco di quasi quattrocento anni fa firmato Baur e Kussell

(Cliccare sulle immagini per vederle ingrandite) Quando si dice che l’amore fa perdere la testa … Se poi la storia si svolge ai primi del ‘600 tra le ville e i giardini di Frascati e Tivoli non c’è da meravigliarsi se alla fine il protagonista, pittore e incisore mitteleuropeo dal carattere impetuoso, si ritrova a rappresentare una “fontana del palazzo del cardinale Aldobrandini a Tivoli” (?!) come quella visibile nella stampa qui accanto!
L’autore dell’equivoco è Giovanni Guglielmo Baur, nato a Strasburgo nel 1610 dove studiò pittura sotto la guida del Brendel per intraprendere poi un viaggio a Roma. Qui ebbe la protezione del duca di Bracciano, si applicò allo
studio dell’architettura e del paesaggio ma dopo poco tempo decise di trasferirsi a Napoli dove in breve fu molto conosciuto per la bellezza dei suoi quadri. Decise comunque di tornare a Roma e, come ci dice Filippo de Boni nella sua “Biografia degli artisti” stampata a Venezia nel 1840 (oggi digitalizzata da Google e quindi facilmente consultabile online), “s’innamorò pazzamente d’una fanciulla con cui visse alcun tempo a Frascati e a Tivoli finché, fattosi ricco, visitò la Germania operando per l’imperatore e altri principi. Egli – prosegue il de Boni – era immaginoso e vivace ma non corretto. Amava dipingere cavalcate, pugne, processioni o altri soggetti di molte figure e gran movimento. Intagliava ad acqua forte con molta facilità; la raccolta de’ suoi lavori in tal genere è di oltre cinquecento rami tutti intagliati da lui; le sue Metamorfosi d’Ovidio sono pregiate”, senonchè, ci informa sempre il de Boni, il nostro giovane amico morì a Vienna nel 1640 all’età di soli trent’anni ma dopo una vita intensa e di gran successo che, specialmente in quell’epoca, era comunque un privilegio per pochi.
Uno che si giovò molto dell’opera del Baur fu Melchiorre Kussell, fratello minore di Matteo Kussel, nato ad Augusta (Augsburg) nel 1621 e morto a Vienna nel 1702, disegnatore e incisore alla punta e al bulino e autore di molti ritratti di principi e signori tedeschi.
Melchiorre era nato anche lui ad Augusta nel 1622, un anno dopo il fratello del quale aveva seguito le orme diventando come lui disegnatore e incisore alla punta e al bulino. Egli però a un certo punto decise di andarsi a perfezionare a Francoforte, alla scuola di Matthias Mérian, del quale sposò la figlia. Quando il suocero morì, Melchiorre fece ritorno ad Augusta e, come ci riferisce sempre il de Boni nella sua “Biografia degli artisti”, “pubblicò moltissime stampe, di cui le più stimate sono quelle incise alla punta, la più parte da Giovanni Guglielmo Baur. Hanno perfetto accordo e finita esecuzione. La sua intera raccolta è di centoquarant’otto pezzi: contiene ritratti, paesaggi e una Passione del Salvatore in venticinque stampe”. Il nostro Melchiorre morì nella sua città natale il 1683, quasi vent’anni prima del fratello maggiore, essendo vissuto il doppio del Baur e avendo prodotto meno di un terzo delle stampe di lui, avendogliene peraltro copiate parecchie, tra le quali quella qui sopra e qui accanto. Che sia stato lui a sbagliare l’iscrizione nel titolo riproducendo l’incisione originale del Baur? Tutto è possibile ma per l’idea che mi sono fatto dei due artisti: il Baur giovane, impetuoso, innamorato della fanciulla (romana? … o frascatana?) con la quale scorrazzava in allegria tra Roma, Tivoli e Frascati; il buon Melchiorre, tutto casa, famiglia e lavoro, lento e preciso nell’esecuzione delle sue opere … credo proprio che l’autore dell’equivoco sia il giovane Baur.
A noi resta questa piacevole incisione (una specie di “Gronchi rosa” ante litteram), stampata in verticale su un foglio rettangolare orizzontale, e quindi con ampi margini laterali, le cui dimensioni sono cm 14X21, la stampa alla battuta, e cm 35X30, il foglio, con la scritta “Fontana in dem Pallazzo Card: Aldobrandini zu Tivoli.” fuori della battuta (… vuoi vedere che allora a sbagliare è stato p
roprio Melchiorre!).
Un ultimo particolare curioso è che il numero “34” visibile nell’angolo in basso a destra dell’incisione è stampato, o scritto, su un minuscolo quadratino di carta a parte, incollato sulla stampa. Questa particolarità ci può forse ricondurre all’opera di cui l’incisione faceva parte: nel 1827, a Monaco, il barone d’Aretin, consigliere di Stato e ministro di sua maestà il re di Baviera presso la Dieta di Francoforte, aveva messo all’asta la sua collezione di stampe e nel primo volume del “Catalogo ragionato” dedicato alle scuole tedesca e olandese (anch’esso digitalizzato da Google e quindi facilmente consultabile online), figurava anche il seguente lotto, rappresentato da un’opera di Melchiorre Kussell in 36 fogli, ripresa dalle incisioni di Giovanni Guglielmo Baur: “Suite de belles vues de palais, jardins marines et paysages en Italie, ornés de figure et d’architecture. P. in 4to dont chaque feuille est accompagnée d’une inscription allemande. Melchior Kussell fec. B. Epr.”. Facendo lavorare, forse un po’ troppo, la fantasia si potrebbe ipotizzare che questo insieme di 36 fogli, forse rinumerati, sia una raccolta di esecuzioni di copie di altri lavori meno corposi, sempre del Baur, fra i quali quello in 6 fogli, anch’esso presente nell’asta di Monaco, catalogato come: “Vedute de’ giardini – Suite de six pièces. I.Willielmus Baur fec. 1636, 8vo en larg. B. Epr.”. Agli amici Loretta Polidori, titolare della Galleria Theodora, e Claudio Tosti, valido esperto del settore, il compito di confermare o smentire quanto da me ipotizzato e scritto.
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sabato 11 aprile 2009

Le rovine del Tuscolo: i ritrovamenti del Borda cinquant'anni dopo

L'effetto del tempo sui reperti archeologici

(Cliccare sulle immagini per vederle ingrandite) Devo alla cortesia dell’amico Angelo Tobia la disponibilità di questa vecchia fotografia delle rovine di Tuscolo ripresa dal lato destro del Foro, guardando il Teatro, in direzione della sottostante vallata della Molara.
Fanno impressione la pulizia dei luoghi e lo stato di conservazione dei reperti, dalle strutture murarie, oggi quasi inesistenti, alla strada di basolato, all’epoca ancora quasi integra e ben delimitata e oggi appena visibile, come dimostra il confronto con la foto a colori, scattata ai giorni nostri.
A far da punto di riscontro fra le due immagini il casolare e il magazzino in fondo alla vallata, all’epoca della foto in bianco e nero uniche costruzioni esistenti e oggi circondate da numerosi altri fabbricati.
Purtroppo la foto di Angelo Tobia non reca alcuna data o indicazione utile a fissarne il periodo e quindi non possiamo che fare delle ipotesi. Fra tutte la più probabile è che l’immagine risalga alla metà degli anni ’50 e precisamente 1955 o 56 e cioè all’epoca della breve campagna di scavi in cui l’archeologo Maurizio Borda scoprì una necropoli dove furono rinvenute diverse urne cinerarie.
In precedenza importanti campagne di scavi erano state condotte nel 1806 per volere di Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone e all’epoca residente nella Villa Rufinella, che non navigando nell’oro pensò bene di trasferire in Francia e vendere sul mercato la quasi totalità dei reperti archeologici recuperati sul Tuscolo.
Nel 1825 fu la volta dell’archeologo Luigi Biondi a dirigere una campagna di scavi su incarico di Maria Cristina di Savoia, moglie di re Carlo Felice, e nel 1839 e 1840 dell’architetto Luigi Canina, su incarico della stessa famiglia reale. I reperti recuperati in queste due campagne, fra i quali molte statute di grande bellezza e di grande pregio, furono trasferiti nel castello ducale di Agliè, in Piemonte, dove costituiscono tuttora una preziosa collezione d’arte.
E’ invece di questi ultimi tempi la lunga e metodica campagna di scavi iniziata nel 1994 dalla “Escuela Espanola de Historia y de Arqueologia” di Roma, sotto la guida del compianto professor Xavier Dupré Raventos, nato a Barcellona nel 1956 e morto a Roma il 20 aprile 2006 all’età di appena cinquant’anni. E’ durante questi ultimi scavi che nell’area del Foro antistante il Teatro, oltre a resti di diversi piccoli monumenti, fra i quali uno dedicato a Mercurio, è stato rinvenuto il basamento di una grande Basilica forense adorna di colonne ioniche, di cui sono state ritrovate le basi e vari capitelli. Quel che dispiace è vedere come in assenza di adeguati interventi di consolidamento e manutenzione il tempo finisca con l’erodere inesorabilmente quello che la passione e la ricerca restituisce alla luce dopo millenni di interramento e che non resiste che pochi decenni, come ad esempio la casetta dei guardiani, realizzata con parte dei reperti meno pregiati ritrovati negli scavi della prima metà dell’800 e oggi completamente rasa al suolo, al pari delle strutture murarie visibili nella foto di Angelo Tobia.
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