giovedì 24 dicembre 2009

Strepitosa edizione del "Concerto di Natale" della Piccola Orchestra Tuscolana

Tre anni di entusiasmo e impegno alla base del successo dei ragazzi del Maestro Desideri

(Cliccare sulle immagini per vederle ingrandite) Strepitoso Concerto di Natale quello eseguito quest’anno dalla Piccola Orchestra Tuscolana diretta dal Maestro Lamberto Desideri, esibitasi martedì 22 dicembre presso le Scuderie Aldobrandini di Frascati con replica, il giorno dopo, a Rocca Priora nella chiesa di Santa Maria assunta in cielo. A colpire di più, oltre l’entusiasmo e l’impegno dei ragazzi che compongo l’orchestra, è il costante progresso che accompagna la loro attività giunta ormai al terzo anno e che ha raggiunto, in questo concerto di Natale, livelli davvero notevoli. Come era scritto nel programma della manifestazione “la Piccola Orchestra Tuscolana, voluta dall’Amministrazione Comunqle di Frascati con il contributo della Provincia di Roma, nasce nella primavera del 2006 con l’obiettivo di creare un gruppo stabile, formato dai giovani musicisti del territorio, provenienti da varie esperienze di studio. Ha già al suo attivo numerosi concerti e l’incisione di un CD Live realizzato in occasione del Festival delle Ville Tuscolane 2009. Laboratorio musicale, forgia di nuovi talenti, occasione di incontro attraverso la grande esperienza dell’esecuzione musicale, il tutto riunito in un progetto senza precedenti che arricchisce ulteriormente la fervente vita culturale di Frascati. Il direttore, Maestro Lamberto Desideri, artista premiato in concorsi internazionali, da tempo noto al pubblico tuscolano, ha indirizzato il lavoro con questi giovani artisti “… ponendo come obiettivo la loro crescita musicale nella consapevolezza di essere non solo semplicemente studenti ma anche soggetti protagonisti capaci di proporre significativamente la propria personale capacità creativa …”. La Piccola Orchestra Tuscolana, è l’orchestra dei giovani del territorio di Frascati e quindi, modellano dinamicamente sé stessa, accoglie anche le richieste di partecipazione di strumentisti che di solito non compaiono negli organici tradizionali. Tutto questo impone un lavoro di adattamento di repertorio, curato personalmente dal Maestro Desideri, che tenga conto della originalità dell’organico, mantenendo sempre il contatto con la letteratura musicale classica, dal ‘700 al periodo contemporaneo, senza trascurare lo stile jazzistico e la musica da film”.
Questo il repertorio del Concerto di Natale 2009: F.J. HAYDN, Kinder simphonie I tempo – allegro; G.FAURE’, Pavane; D. SHOSTAKOVITCH, dalla “Jazz Suite” Second Waltz; J. HISAISHI, “The merry go round of life”; J. STRAUSS, “An der schonen blauen Donau”; tradizionale, Christmas Suite; tradizionale, “Frosty The Snowman”; J. STRAUSS, Radetzky Marsh. E questi i ragazzi che, sotto la guida del Maestro Lamberto Desideri con la pianista Monica Colombini e la violinista Anna Skorupska, hanno eseguito i brani in programma. Violini: Marzio d’Alessandro, Laura Filippelli, Francesco Perilli, Andrea Piroli; Viola: Veronica Pavani; Basso elettrico: Riccardo Nobiloni; Percussioni: Adriano Mastrofrancesco, Jenifer Field, Giorgia Marchesi, Dario Peluso, Ludovica Roselli, Francesco Venturini; Pianoforti: Luca Befera, Ginevra Buglia, Silvia Crisanti, Jenifer Field, Emanuele Gentili, Marzia Landi, Giorgia Marchesi, Dario Peluso, Ludovica Roselli, Francesco Venturini; Clarinetti: Greta Albertari, Damiano Gallo, Ludovica La Monica, Daniele Ricci, Francesco Surdo, Francesco Vaquer; Flauti: Riccardo de Luca, Ilaria Marinangeli, Priscilla Masi, Ilaria Peluso, Maria Elena Primavera; Sassofono soprano: Tommaso Bragatto; Chitarre: Filippo Benedetti, Barbara Field, Flavia Marinangeli, Cristina Ranallo, Francesca Nobiloni, Giulia d’Ulisse, Matteo Teofano.

VIDEO DEL CONCERTO (Cliccare sulla freccetta in basso a sinistra su ognuno di essi)

VIDEO 1: F.J. Haydn - Kinder Simphonie; VIDEO 2: tradizionale - Christmas Suite; VIDEO 3: J. Strauss - An der schoen blauen Donau; VIDEO 4: J. Strauss - Radetzky Marsch

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sabato 28 novembre 2009

Leo Spoletini e Nilo Nobiloni: due frascatani alla 1000 MIGLIA del 1938

Un ricordo nelle foto della "punzonatura" e di alcune fasi della corsa.

(Cliccare sulle foto per vederle ingrandite) Nilo Nobiloni, quello con i baffi a sinistra nella foto, era mio padre; Leo Spoletini, quello al volante, era suo cugino. Nilo era nato a Frascati il 23 maggio 1917; Leo a Roma il 19 novembre 1910. Entrambi sono morti a Frascati, rispettivamente il 7 giugno 1989 e il 7 dicembre 1987. Leo, di qualche anno più grande, era un appassionato di automobilismo e durante la sua gioventù prese parte a numerose gare, ottenendo anche risultati di prestigio, come nella Vermicino – Frascati del 1946 nella quale, a bordo di una aerodinamica Fiat 1100 spider, si classificò secondo nella sua categoria. Prima della guerra aveva corso la Coppa Acerbo e, a bordo della sua Fiat 508 Balilla, alcune edizioni delle Mille Miglia, compresa questa del 1938 insieme a mio padre, allora poco più che ventenne. La gara si svolse il 3 aprile, con tempo generalmente buono e solo qualche sgrullone di pioggia di tanto in tanto. Il percorso, della lunghezza di 1.621 chilometri, era il seguente: Brescia, Piacenza, Parma, Bologna, Firenze, Pisa, Livorno, Vetralla, Roma, Terni, Gualdo Tadino, Fano, Pesaro, Rimini, Bologna, Ferrara, Rovigo, Padova, Venezia, Treviso, Feltre, Vicenza, Verona, Brescia. I due partirono con il numero 58 alle 3,30 del mattino e impiegarono 7 ore e 47 minuti ad arrivare a Roma ma sulla via del ritorno a Brescia un guasto meccanico li costrinse al ritiro. La gara fu vinta dall’equipaggio Biondetti – Stefani, su Alfa Romeo 8C 2900B spider MM Touring, davanti alle altre due Alfa Romeo di Pintacuda – Mambelli e Dusio – Boninsegni.
Quella del 1938 fu una Mille Miglia segnata da tre eventi importanti: il ritorno ufficiale alle corse dell’Alfa Romeo; il record di velocità; un incidente, che fece saltare l’edizione dell’anno successivo, grave quanto quello occorso al ferrarista Alfonso De Portago nel 1957 che pose definitivamente fine alla corsa. Ecco cosa si legge in proposito nel bel libro fuori commercio “MILLE MIGLIA una corsa italiana” di Luigi Orsini edito nel 1990 dalla Abiemme di Milano: “L’anno è cominciato con una notizia solo in apparenza clamorosa, che ufficializza quanto era da tempo nell’aria. L’Alfa Romeo riprende in proprio l’attività sportiva tramite l’Alfa Corse, un reparto costituito appositamente. Intanto, ravvisando in essa una potenziale concorrente, neutralizza la Scuderia Ferrari acquisendone i progetti, le vetture e assegnando a Enzo Ferrari il ruolo di direttore. Con l’autonomia che gliene deriva, Ferrari si circonda di persone di fiducia, in primo luogo di Luigi Bazzi, tecnico di gran valore, ma non ha alcun potere decisionale nella gestione finanziaria e nelle scelte tecniche e progettuali. Ferrari chiama all’Alfa Tazio Nuvolari, Nino Farina, considerato il suo erede, Raymond Sommer, Mario Tadini, Carlo Pintacuda, Clemente Biondetti, Francesco Severi, Eugenio Siena ed Emilio Villoresi, fratello di Gigi. Alla Maserati passano Achille Varzi, Carlo Felice Trossi, Giovanni Rocco, Aldo Marazza e Franco Cortese, ma il contratto di quest’ultimo si riferisce solo alle monoposto e gli consente di rimanere fedele all’Alfa Romeo per le corse sport. Alla Mille Miglia non prendono parte alcuni assi che sono impegnati nei gran premi della formula internazionale. L’Alfa schiera le 8C 2900B concettualmente simili a quelle del 1937, per Farina – Meazza, Pintacuda – Mambelli, Biondetti – Stefani e Siena con Emilio Villoresi, ma sulla macchina di Biondetti viene montato il motore tipo 308 con 295 cv destinato alle monoposto Grand Prix. Oltre che potenti, le quattro Alfa sono bellissime grazie alla nuova carrozzeria spider e semiavvolgente della Touring. A Bologna è primo Pintacuda alla media-brivido di km/h 178,703. A Roma è sempre in testa Pitacuda alla media, impensabile, di 142,120 orari. Biondetti non è lontano ed è a sua volta inseguito da Dusio, Dreyfus, Carrière e Mazaud. Dopo il giro di boa, rappresentato dal controllo nella Capitale, Pintacuda, il grande favorito, ha noie ai freni e Biondetti passa al comando. Ma Pintacuda lotta da par suo e riprende come un fulmine. Il duello tra i due toscani è elettrizzante e chi segue la corsa alla radio ne è affascinato. Infine la spunta Biondetti con l’esiguo vantaggio di 2 minuti e 2 secondi.
La media di Biondetti risulta di km/h 135,391. Naturalmente è il nuovo, impressionante record che resterà insuperato sino al 1953. Per la prima volta i vincitori hanno impiegato meno di 12 ore
(11h 58' 29" - n.d.r). Ma sulla Mille Miglia dei primati si è abbattuta la tragedia. Durante il secondo passaggio da Bologna, la Lancia Aprilia di Bruzzo – Mignanego, passando sulle rotaie del tram, sbanda e finisce tra la folla. Dieci spettatori, fra i quali sette bambini, muoiono e altri ventitré restano feriti, alcuni gravemente. Un incidenta analogo è avvenuto anche nei pressi di Padova, protagonista la Fiat 1100 dell’equipaggio Franco – Bonacossa, ma l’episodio passa quasi inosservato perché le conseguenze sono meno catastrofiche. Il giorno successivo, con una decisione drastica ma abbastanza logica, il governo decreta la fine della Mille Miglia”. In realtà la gara non si corse nel 1939 ma riprese vita già nel 1940 con qualche modifica al regolamento e con il nome di “Gran Premio di Brescia delle Mille Miglia”, comunque abbreviato in Mille Miglia, e si continuò a correre fino al 1957 quando a Guidizzolo, a 30 km da Brescia, un’auto, la Ferrari del marchese De Portago, finì nuovamente tra la folla uccidendo ancora una volta dieci persone, fra le quali cinque bambini, con la conseguenza dell’abolizione definitiva della corsa da parte del governo.
Tra gli altri record ascrivibili alla Mille Miglia del 1938 c’è anche questo, così descritto sul quotidiano Repubblica del 31 agosto 1999: “Record per l' Alfa Romeo. Una rarissima 8C 2900B Cabriolet da corsa del 1937 è stata battuta in un' asta a Pebble Beach in California per 4.072.500 dollari, pari a oltre 7,5 miliardi di lire. La rarissima vettura, considerata da molti collezionisti "la migliore auto del mondo", ha così segnato il prezzo più alto pagato per un' automobile negli ultimi dieci anni. L' asta era stata organizzata da Christie' s, che lo scorso anno aveva registrato il precedente record per un' auto da collezionisti: 2 milioni di dollari per una Ferrari d' annata. La Alfa, due posti, grigia, un modello costruito in meno di 30 esemplari, corse la Mille Miglia del 1938. L' acquirente è rimasto anonimo, ma ha detto che l' Alfa completa la sua collezione di 30 auto sportive italiane”. Quella nella foto qui accanto, riprodotta dal già citato libro “MILLE MIGLIA una corsa italiana” di Luigi Orsini edizioni Abiemme Milano, è l’auto del vincitore Biondetti, appunto un’Alfa Romeo 8C2900B.


AGGIORNAMENTO
Assolutamente degna di nota è l’informazione fornitami dall’Architetto Valerio Moretti, storico ed esperto di corse automobilistiche, circa l’acquirente dell’Alfa Romeo di Biondetti. Secondo Moretti, fra l’altro uno dei curatori del libro di Fracesco Santovetti, “Vermicino – Rocca di Papa, una corsa castellana”, il misterioso personaggio citato nell’articolo di Repubblica sarebbe Fred Simeone, un celebre neurochirurgo americano di Filadelfia di origine italiana. In realtà l’auto di cui parla Repubblica, non so con quanta affidabilità, sarebbe stata grigia (?!) e aveva “corso”, quindi non necessariamente “vinto”, la Mille Miglia del 1938. Sul fatto che la vettura di Biondetti sia stata acquistata da Fred Simeone non c’è invece dubbio ed ecco cosa mi ha scritto in proposito l’Architetto Moretti: “Il misterioso acquirente è Fred Simeone, il celebre neurochirurgo di Filadelfia, creatore della Simeone Foundation, una splendida raccolta di automobili da competizione (sport). All’ingresso del bel complesso che ospita il suo Museo, c’è una “hall of fame” con cinque macchine di nazionalità diversa, ciascuna vincitrice – documentatamente – di una edizione della più importante competizione della nazione cui appartiene: l’Alfa di Biondetti (Mille Miglia 1938) per l’Italia; per gli USA la vincitrice di Sebring, la Bugatti di Le Mans, la Mercedes Benz del Nurburgring ed una Jaguar del T.T. per l’Inghilterra. L’Alfa troneggia in mezzo, su di un palco girevole,con la bandiera italiana alle spalle, e le altre quattro le fanno corona, ciascuna con la propria bandiera. Oltretutto un bell’omaggio alla patria di origine del fondatore: i nonni di Simeone erano marchigiani”.
In quanto a Fred Simeone non posso che rimandare al sito del suo museo e agli innumerevoli siti reperibili in rete digitando il suo nome in qualsiasi motore di ricerca: è una persona assolutamente fuori dell’ordinario ed è riuscito a raccogliere in poco più di trent’anni un gran numero di autovetture da corsa di tutti i tempi, tra le quali sessanta veri cimeli tutti in perfetto stato e tutti perfettamente funzionanti. Nella foto qui sopra le cinque auto di cui parla l’Architetto Moretti con in mezzo la mitica Alfa Romeo 8C2900B MM.
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domenica 22 novembre 2009

Giulio Cesare Colonna, primo Principe di Palestrina

Amante delle lettere e della musica

(Cliccare sulle foto per vederle ingrandite) Mercoledì 18 novembre, cena a casa di amici nella parte alta di Palestrina antica: trippa, con abbondante pecorino, vino rosso, polenta, salsicce, spuntature. Passeggiata notturna lungo la piccola Via del Borgo: lampioni, sampietrini, manifesti funebri, portoni con le piante sugli scalini, mura ciclopiche. La mia attenzione viene attratta da una antica lapide in marmo su una fontana rettangolare appoggiata a una piccola costruzione riverniciata di fresco di un colore giallo canarino. L’iscrizione dice: “JULII CAESARIS COLVMNAE PRAESTINORVM PRINCIPIS IVUSSV RESTAVRATVS ET AVCTVS ANNO DNI MDLXXXI” (Restaurato e ampliato per volere di Giulio Cesare Colonna principe dei prenestini Anno Domini 1581). Può darsi che il restauro e l’ampliamento abbiano riguardato l’intero fabbricato sul quale, sopravvissute ai successivi restauri compreso l’ultimo, recentissimo, sono ancora visibili tracce di un’ampia bifora ormai chiusa in muratura, ma data la posizione della lapide, bassa e tra le due bocchette d’acqua, non è escluso che l’iscrizione si riferisca al solo fontanile, all’apparenza molto antico e forse all’epoca particolarmente utile alla popolazione, per se stessa e per il proprio bestiame.
L’epoca era appunto la seconda metà del ‘500 e Palestrina, qui raffigurata in una bella incisione di Agapito Bernardini tratta dal libro LATIUM. ID EST, NOVA & PARALLELA LATII tum VETERIS tum NOVI DESCRIPTIO di Athanasius Kircher, era stata eretta a principato dieci anni prima da Papa Pio V proprio in favore di Giulio Cesare Colonna, che infatti ne fu il primo principe. Questi era un illustre esponente del “ramo di Palestrina” della nobile famiglia romana, vissuto nella stessa epoca del più ancora illustre parente Marco Antonio, trionfatore della battaglia di Lepanto. Nel libro di Mario Tosi “La società romana dalla feudalità al patriziato” Roma 1968 Edizioni di storia e letteratura, si legge infatti quanto segue: “Durante i preparativi per la santa lega contro i turchi, mentre forse era già prestabilita la nomina a comandante generale, Pio V, con bolla del 30 marzo 1569 istituì il principato di Paliano in favore di Marco Antonio Colonna, con facoltà di ritenerne la giurisdizione anche come ducato. Il titolo di Principe di Paliano, che intenzionalmente volle essere un’elevazione del ducato di Paliano, eretto da Paolo IV pei Carafa, fu il primo titolo di principe conferito a famiglia romana, certo non il primo alla famiglia Colonna, la quale in secoli precedenti aveva avuto per Antonio Colonna nipote di Martino V, da Giovanna II, il titolo di principe di Salerno e per il grande capitano Prospero Colonna da Carlo V il titolo di principe di Carpi, come ebbe poi per successione suo figlio Vespasiano. Da allora i papi conferirono, quasi indifferentemente, con parità, potrebbe affermarsi, d’onore e di dignità, i titoli di principe e di duca. Il Tomassetti opina che si volle conferire il titolo di principe in analogia al Sacro Romano Impero. L’imperatore conferiva il titolo di Principe del Sacro Romano Impero già da tempo, come anche il regno di Napoli. Pio V, nel medesimo anno 1569, con breve del 17 giugno eresse a ducato Zagarolo, a favore di Pompeo Colonna, per se, suoi discendenti, eredi e successori, di primogenito in primogenito. Questi fu il luogotenente di Marco Antonio a Lepanto” ed è qui che arriviamo al nostro Giulio Cesare di Palestrina. Il libro prosegue infatti affermando: “Pio V ancora, con breve luglio 1571 (lo stesso anno della battaglia di Lepanto – n.d.r.) erige Palestrina a principato a favore di Giulio Cesare Colonna, che era appunto dell’antico ramo dei Colonna di Palestrina”. Tanta magnanimità del papato nei confronti dei Colonna veniva in effetti dopo un periodo di conflitti che avevano contrapposto la nobile famiglia romana al pontefice Paolo IV, conflitti che ebbero termine con la morte del papa e con la fedeltà che i Colonna da allora in avanti ebbero a dimostrare nei confronti della Santa Sede, pur mantenendosi molto vicini alla corona di Spagna. Tale fedeltà al Papato fu premiata quando i Colonna nel 1630 furono costretti a vendere Palestrina a Carlo Barberini: in quel frangente il pontefice Urbano VIII, pur di conservare ai Colonna il titolo di principe, trasferì il titolo a Carbognano consentendo ai Colonna di Palestrina di continuare a fregiarsene. Il principe Giulio Cesare Colonna doveva essere uomo di grande cultura, amante delle lettere e della musica e promotore di entrambe le arti. Come si legge infatti in “Storia letteraria d’Italia – Nuova edizione a cura di A. Balduino, Il Cinquecento, a cura di G. da Pozzo, Tomo 3”: “L’aristocrazia trova dunque nell’istituto accademico il luogo di un esercizio differenziato del potere, nobilitato dalla “promotion” culturale: a Bologna è un principe, Giulio Cesare Colonna di Palestrina (amico, anche nelle traversie, del Tasso), a fondare nel 1570 (e quindi non da principe di Palestrina! – n.d.r.) l’Accademia dei Confusi per esercitarsi nella virtù con tutte le proprie forze, affine di giovare e dilettare insieme …”. In quanto alla musica fu sempre lui, il principe Giulio Cesare Colonna, a spronare Giovanni Pierluigi da Palestrina a pubblicare, a trent’anni di distanza dal primo, il secondo volume di madrigali. Nel vol. XXIV dell’edizione 1935 dell’Enciclopedia Italiana Treccani si legge infatti: “Nel 1586 (in aprile) il Palestrina dava in luce il “Secondo libro dei Madrigali a 4 voci” (Venezia, erede di G. Scotto), che seguiva, dopo trent’anni, il “Primo libro” di tale genere, dedicandolo a Giulio Cesare Colonna, principe di Palestrina. L’opera contiene 25 composizioni, vivaci e scorrevoli, sopra testi presi anche da Petrarca, alcune ricche di motivi facili e spigliati, arieggianti la canzone popolare, altre più descrittive e sentimentali, come i Madrigali, ad es., Alle rive del Tebro o I vaghi fiori, divenuti assai famosi”.
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domenica 8 novembre 2009

Le fontane delle Ville di Frascati nelle incisioni seicentesche del Falda

Una delle più suggestive raccolte di vedute del territorio
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(Cliccare sulle immagini per vederle ingrandite) “LE FONTANE DELLE VILLE DI FRASCATI NEL TUSCULANO, CON LI LORO PROSPETTI,PARTE SECONDA, DISEGNATE, ET INTAGLIATE DA GIO.BATTISTA FALDA Date in luce con direttione, e cura da GIO. GIACOMO DE ROSSI, dalle sue stampe in Roma alla Pace, con Priv. Del S. Pont.”. Sotto questo titolo sono raccolte una serie di 18 stampe, 2 frontespizi e 16 vedute, incise dal Falda e stampate nel 1675, accompagnate a volte alle vedute di Tivoli del Venturini e in altre edizioni completate invece con una ben più imponente raccolta delle vedute delle Fontane di Roma incise anch’esse dal Falda. Questi, nato nel 1643 e morto a soli trentacinque anni nel 1678, è – come si legge nel sito della Galleria Theodora - "il maggior incisore di vedute del XVII secolo. Trasferitosi a Roma giovanissimo, la ritrae non più nella sua magnificenza di antica Urbe, ma nel moderno assetto urbanistico datole dalla grande ricostruzione sistina cinquecentesca, continuata in quegli anni da Papa Alessandro VII. Falda incide oltre 300 acqueforti in cui le alte qualità tecniche dell'artista sono sostenute da un assoluto equilibrio compositivo ed interpretativo. Primo a realizzare vedute dal formato fortemente orizzontale - anche il più grande vedutista del periodo, l'olandese van Wittel (1652-1736) ne sarà influenzato - Falda, per la prima volta nella storia della grafica, fa coesistere in perfetta armonia natura, architettura e figura.
Tra le numerose stampe realizzate su fogli sciolti, ricordiamo l'importante Pianta di Roma - su dodici rami, edita per la prima volta nel 1697, autentica pietra miliare nella cartografia - e tra le serie incisorie: Il Nuovo Teatro delle Fabbriche di Roma - 85 stampe in tre volumi editi tra il 1665 e il 1669, costituisce, forse, il più importante documento dell'epoca sulla nuova sistemazione di piazze e vie principali di Roma volute da Alessandro VII; Le fontane di Roma nelle piazze e luoghi pubblici... - in tre volumi, illustra le numerose fontane collocate nelle più importanti piazze di Roma a seguito del grandioso progetto idrico di Papa Paolo V - e Li giardini di Roma - 19 acqueforti in un unico volume, sono forse l'opera più matura dell'Artista".
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La prima delle sue 18 tavole sulle fontane di Frascati è quella del 1° frontespizio (mm 280X195) che, a mo’ di lapide, riporta inciso in lettere maiuscole il titolo dell’opera con i nomi dell’autore delle incisioni e dell’editore del volume.
La seconda tavola (mm 284X207), relativa al secondo frontespizio, raffigura un’immaginaria fontana sormontata da una lapide nella quale è incisa una dedica “ALL’EM.mo ET R.mo SIG.re PRONE COL.mo IL SIG.r CARD. GIO. FRAN.co NEGRONI” al quale l’editore si rivolge nel modo seguente: “Nelle pubbliche cure, in cui gloriosamente s’impegna V. EM.za ardisco presentarle i disegni delle fonti delitiose Tusculane, acciocchè degnandosi riguardale, siano oggetto di rallentar l’animo suo nobilissimo, et resti honorata la mia humiliss.ma servitù con la sua benignissima gratia. Et a l’Em. V.ra profondiss.te m’inchino. Humiliss. Et devotiss. Ser. Gio. Giacomo de Rossi”.
La tavola n. 3 (mm. 285X210) rappresenta invece la “Fontana, e prospetto sopra il viale de cipressi, nel primo ingresso della Villa Aldobrandina di Belvedere a Frascati, architettura di giacomo della Porta architetto di tutta la Villa, con giuochi d’acque di Orazio Olivieri Romano”.
La tavola n. 4 (mm 285X210) la “Fontana del secondo ingresso duplicata dai lati, di qua et di là col medesimo disegno, et architettura nella salita per andare al Palazzo Belvedere di Frascati”.
La tavola n. 5 (mm 285X210) la “Fontana di Belvedere a Frascati, fabbricata sopra il piano dell’antecedente di qua, et di là, col medesimo disegno et architettura”.
La tavola n. 6, una delle più grandi della raccolta (mm 396X242), è la “Veduta, e prospetto del gran Teatro dell’Acque della Villa Aldobrandina di Belvedere a Frascati”.
La tavola n. 7 (mm 315X228) raffigura la “Stanza de venti nel Teatro di Belvedere di Frascati con la famosa Fontana del Monte Parnaso con Apollinee t le muse che suonano con istrumenti idraulici a forza d’acqua, architettura di Giacomo della Porta".
La tavola n. 8 (mm 285X208) la “Cascata d’acqua, sopra il Teatro della Villa Aldobrandina di Belvedere a Frascati, con le due colonne che versano acqua nella sommità, con vari giuochi che bagnano quelli che salgono la scala per vedere”.
La tavola n. 9 (mm 285X208) la “Fontana rustica nel piano superiore alla cascata del Teatro della Villa Aldobrandina di Belvedere a Frascati”.
La tavola n. 10 (mm 285X210) “Altra fontana più sopra all’antecedente fontana rustica del Teatro della Villa Aldobrandina di Belvedere a Frascati, con giuochi d’acque nelle scale”.
La tavola n. 11 l’”Ultimo prospetto di fontane del Teatro della Villa Aldobrandina di Belvedere a Frascati, nella sommità più alta del monte, dove l’Acqua Algida fa la prima mostra, derivando da gli acquedotti per spazio di sei miglia”.
La tavola n. 12 (mm 283X207) la “Prima fontana avanti il palazzo del giardino Ludovisi a Frascati”.
La tavola n. 13 (mm 285X210) il “Prospetto del Teatro, e cascata dell’acque della Villa Ludovisia a Frascati con varii giuochi d’acque”.
La tavola n. 14 (mm 340X210) la “Veduta in profilo e per fianco dell’antecedente Teatro delle Fontane nel giardino Ludovisi a Frascati”.
La tavola n. 15 (mm 285X210) la “Fontana superiore, in cima la scala, e cascata di sopra al teatro nel bosco del giardino Ludovisi a Frascati".
La tavola n. 16 (mm 286X211) la “Fontana nella Villa Borghese di Mondragone a Frascati, che versa avanti il palazzo, architettura di Giovanni Fontana”.
La tavola n. 17 (mm 285X210) il “Teatro delle fontane della Villa Borghese di Mondragone a Frascati con diversi giuchi d’acque, architettura di Giovanni Fontana”.
La tavola n. 18 (mm 340X220) “Altra veduta in prospettiva del teatro e giardino contiguo di Mondragone in Frascati, architettura di Giovanni Fontana”.
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